Ada Zanon

Ada Zanon

Per  Ada Zanon riportiamo una testimonianza dell’amico Leonardo Cremonini:
Carissima Ada,
da tanto tempo la pittura è stata l’elemento determinante della nostra amicizia, delle nostre complicità. Mezzo secolo ormai. Ci sono lacune nella nostra reciproca conoscenza, lasciate dalla distanza delle nostre residenze; ma percorrendo a ritroso i ricordi della tua pittura rivedo con frequenza gli oggetti amati nella tua infanzia, quando l’infanzia disegnava e “disognava”
Quando la bambola e il trenino, insieme ai disegni infantili e disinvolti, sono già le strategie con cui si dà forma alla vertigine inconscia del mondo che comincia. I tuoi giardini deserti sono quelli che nell’infanzia erano abitati dall’immaginario imprevedibile. Giardini e non foreste, dove l’età dell’albero è anche quella dell’uomo. Forse col tempo questi giardini si sono anche svuotati dei loro sogni per divenire, involontariamente, la scena di un’assenza, dove i ricordi, indebolendosi, non potevano più esserne gli attori. Nell’ultimo giardino, il più bello, la scena sparisce pure, per lasciare sul palcoscenico le rughe di un labirinto dove la memoria è già smarrita.
E’ una sorpresa come volti la pagina con gli autoritratti, ma solo per rinnovare la tua tensione.
Il labirinto di un volto, il nostro allo specchio, è anche lui un giardino dove l’infanzia non c’è più, ma dove vive un desiderio di essere e di capire che è tutt’ora il profumo di un infanzia recidiva. E così in questi volti, che molto spesso sono il tuo, con sensibilità e accuratezza percorri i solchi della pelle, lo spiraglio di una bocca che quasi respira, quegli occhi che ti guardano; ma spesso a frammenti ritrovati, per poterti anche un pò smarrire in uno spazio che è “disertato” da un’ infanzia ormai lontana. Ti metti di fronte a te stessa, alla tua utopia, e, col silenzio inesorabile del tuo sguardo, il miracolo complesso del tuo volto ti appare con la sorpresa di un monumento, come se fosse quello di tua nonna. Ancora un giardino deserto, una bambola che non gioca, una pittura che giustamente si anima soprattutto del nostro desiderio giocando ancora insieme,

Leonardo

Simone Butturini

Simone Butturini

Sulle opere pittoriche di Simone Butturini si adagia una patina di malinconia serena, di instancabili attese conteggiate sull’imprevedibile.

Ospitato fino al 31 gennaio (orario 16.30/19.30, lunedì chiuso, domenica su appuntamento) alla galleria Spazio 6, l’artista entra “In punta di piedi”, come dice il titolo della mostra, nella sensibilità del visitatore suggerendo la bellezza e la positività di luoghi dove l’essere umano non è raffigurato ma esiste per ciò che ha costruito o approntato, per la speranza della sua presenza.

Accordati sui toni del grigio, dell’ocra, del nero, del bianco, accesi da lembi di rosso e di giallo e mescolati a terre e a smalti, i colori ricoprono superfici privilegiate. Spesso Butturini sceglie il tessuto damascato e il tessuto stampato a mano da Lucia Vitale che diventano contemporaneamente disegno delle tovaglie – su cui spicca la luce di porcellana delle tazze da colazione – e della carta da parati sulle pareti. Piccole cose questa volta “non di pessimo gusto” ma raffinatissime per la forma e per il sogno che le guarda.

La suggestione si estende anche agli “interni berlinesi”, dove il rosso e il luccichio delle cromature contrastano il buio della notte e il barlume flebile dell’alba. Ariose tele accolgono costruzioni di archeologia industriale come “Serbatoio d’acqua” e “ Altern Kron Von Andernach” con la carrucola che agevola il trasporto di granaglie su una barca. “Savana”, il quadro di maggior dimensione, raffigura il rinoceronte bianco, solitario, munito solo dalla sua possanza. Così simile all’uomo che vaga in un deserto di valori sorretto, se la possiede, dalla forza d’animo.

Avesani Francesco

Avesani Francesco

Francesco Avesani nasce a Verona nel 1953. Nel 1974 si diploma presso l’Accademia di Belle Arti “G. B. Cignaroli” di Verona.Inizia la sua carriera dipingendo all’olio, maturando in seguito la passione per il disegno e l’incisione. Attraverso il disegno, che considera un linguaggio totalmente autonomo fino a consideralo quasi una forma di “pittura” , si propone al pubblico come artista “grafico” .
Con l’incisione amplia la sua ricerca sul segno, recupera la tradizione dell’arte grafica e al tempo stesso accoglie con grande interesse gli inviti affascinanti che le risorse di questa tecnica suggeriscono, al fine di “incidere” nella materia le immagini creative del proprio tempo.
La grafica  quindi diviene il suo principale linguaggio di espressione creativa. Dal 1975 prende parte a numerose esposizioni personali e collettive in Italia ed all’estero.E’ titolare della Cattedra di Tecniche dell’Incisione presso l’Accademia di Belle Arti “G. B. Cignaroli” di Verona dal 1993.

Anima e Corpo
2008

Glicine con Gabbia
2004

Il Fienile
2003

L’Uno e L’Altro
2005

Luogo di un Sogno
2005

Portale con Borchie che sbocciano
2003

Portico con Neve
2005

Sassifraga
2005

Sito umano in costruzione
2009

Marzia Boldi

Marzia Boldi

Penso ai miei dipinti come a opere teatrali: le forme che appaiono sono gli attori sul palcoscenico. Nascono dall’esigenza di trovare un gruppo di interpreti in grado di muoversi sulla scena senza imbarazzo e di compiere gesti teatrali senza vergogna. Non è possibile prevedere né descrivere in anticipo quale sarà l’azione o chi saranno gli attori.”                                                                                                                         Rothko Mark
L’ inizio di una scoperta è la condizione di stabilità della ricerca di Marzia Boldi. Da sempre i suoi lavori hanno una storia che si sviluppa in una casualità di procedimenti che nel tempo diventano regola e prassi di lavoro, come se la scoperta e la costruzione dell’opera d’arte,
s’incontrassero nell’atto creativo che non sempre ha origine nell’idea.
Ci sono momenti del fare che hanno una loro germinazione nella materia stessa e l’artista rivela,  queste infinite possibilità di esistenza,  nell’ incontro fortunato con il destino dell’origine.
E’ entusiasmante far crescere i propri lavori, accompagnarli alla vita cercando di rivelare strutture compositive di forme attraverso matrici prolifere.
La matrice è ottenuta dall’artista facendo un calco da una superfice logorata, può essere un muro segnato dal tempo, una strada, un vecchio pavimento in cemento, una superficie di lavoro deformata dall’esperienza della ricerca precedente.  Il punto d’ inizio attraverso il quale si rileva la storia,  diventa poi qualcosa d’altro una specie di pasta madrefeconda che offre la possibilità di diversificate esperienze di ricerca. ……………..

Diceva Marck Rothko : “ho sempre avvertito una forte esigenza di concretezza. Per questo non capisco un’estetica basata sulla percezione delle relazioni. Per me l’immagine deve essere sempre concreta, indivisibile e comprensibile in termini di vita vera”. Questa frase, pronunciata da uno dei maggiori esponenti dell’espressionismo astratto, ci obbliga a pensare all’astrattismo in termini fortemente concreti  come lo sono le opere di Marzia Boldi. La ricerca di concretezza e profondità in una materia luminosa che è contemporaneamente scultura e pittura, nasce ancora nelle opere procedenti, i grandi pozzi circolari al cui interno ci sono filamenti metallici fortemente dinamici assorbiti in una profondità cromatica realizzata con resine trasparenti. Attualmente la ricerca del colore è legata molto all’amore che l’artista ha per il mare e a tutte le sue sfumature e ai suoi fondali. Numerose sono le opere dalle quali emerge un verde smeraldo che affonda in un blu oltremare, in un ottanio senza limiti di profondità. Nel corso degli anni la sua ricerca,  sempre più minimalista,  è totalmete e tesa  a trasmettere un’autentica esperienza emotiva attraverso la forma, la materia ed il colore. Le sue opere sono esperienze da vivere ed ogni azione interpretativa risulta riduttiva in ambito ermeneutico e difficilmente enunciabile a parole. Lo stesso Rothko cominciò a fuggire nel corso degli anni le spiegazioni, pronunciando frasi di elogio dell’accuratezza del silenzio.                                                                                                                                          Nadia Melotti